CESARE "ZIONA" BRANDISCE L'OTTEMPLICE FIOCINA. – Polpo Mario

CESARE “ZIONA” BRANDISCE L’OTTEMPLICE FIOCINA.

Cesare aveva un gozzo ch’era la meraviglia di tutta Sestri: fianchi snelli e opimi allo stesso tempo, come una bella donna appetitosa; legno di teak per il fasciame, paglioli azzurri.
Lo varò nel mattino struggente. Sestri, si sa com’è delicatamente disegnata: come la Segeste dai fianchi sottili che fu una volta e della quale ancor oggi intuiamo, pietrificato, il drammatico divincolarsi nell’ansia e nell’amore, palpito e disperazione, l’anelito febbrile al mare che è sempre stato suo, condanna e prigione intollerabile ma anche amore e sogno e vocazione.
Oggi il viaggiatore distratto la trova un po’ ingrassata, appesantiti decisamente i lombi alteri, ma generosamente, o per pigra indulgenza, non vi fa troppo caso.
Non parlo, s’intende, dell’orrore delle escrescenze che hanno coperto le terre lontane dal cuore tragico di Segeste, luoghi inconcepibili e atroci, costituiti dal tremendo moltiplicarsi e aggrovigliarsi di frantumi di città volgari e sconosciute, detriti d’umano abominio, uguali a tutti i detriti, simili a tutti gli altri spezzoni di città, che a ognuno rimangono per sempre ferocemente estranee e avverse: quelle atrocità hanno potuto farci del male, certo, come un’infezione; ma non sono mai state Sestri, nessun sestrese le ha mai sentite altro che come estraneità, menzogna e malattia e ha potuto in questo sentimento difendere qualcosa di sé, e della vecchia anima di segeste; eppure anche a lei (ed è questa la colpa e la vergogna che mi pesa nel cuore e mi fa piangere e arrossire anche per chi non piange né pensa di dover arrossire), non il vago tempo neutro ma noi, efferati e degradati nel tempo, noi, figli degenerati, abbiamo inferto i nostri ciechi insulti, l’oltraggio indecente della nostra irrimediabile stupidità.Ma non fu sempre solo oltraggio.

C’è stato un tempo in cui l’uomo ha vissuto elevando se stesso, e il proprio borgo soave, come un monumento al segreto che intuiva, come un altare al mistero che adorava; come un contributo alla costruzione del sogno, alla realizzazione del compito che oscuramente sentiva di avere ereditato, di intrecciare la diversità e l’unità, di saldare nel fuoco e nei sospiri dell’amore il terrestre e l’acquatico, il maschio e la femmina, e sciogliere per sempre nella realtà la sostanza del sogno in modo che nessuno potesse mai più – uomo o dio – distinguere questa da quella o scinderle, mai più.

Ma la dimenticanza comincia ad avvelenare le nostre carni, ed è anche per offrire a ciascuno un sorso di contravveleno che raccontiamo questa storia barbarica ed efferata.
Sestri aveva allora, e anche adesso esibisce, una grande spiaggia e poi una spiaggia piccina, e poi tante calanche che s’infiltravano nei fianchi dei monti e li dirupavano e lentamente li assorbivano in mare.
Il carruggio infilzava il paese come una fiocina un pesce; un’altra strada, ricavata sulla spiaggia, lo circondava tutto come un filo di maionese.
Sulla spiaggia grande di Ponente, nella zona detta “Balin” stavano come pacifici, sereni pachidermi i solenni leudi vinaccieri, all’erta in genere con tutte le loro antenne alzate, o stravaccati talvolta indolentemente su un fianco;

i grandi leudi robusti, dagli alberi svelti svettanti, dai bompressi arditi, curiosi: i leudi bonari che proprio in quegli anni furono strumento e arena di uno sport crudele e rischioso – come una religione pagana – del quale non diremo nulla, ora, perché siamo assorbiti da un’altra, non meno solenne ed efferata, vicenda.
Cesare detto “Ziona” abitava sul carruggio, in un palazzo antichissimo dai portali ornati di superbi grifoni d’ardesia. Scese solenne le scale d’ardesia preziosa, passò sotto le volte a baldacchino con l’indifferenza di un re, uscì alla strada in un tenero colore di pesca.Brandiva l’ottemplice fiocina con serena naturalezza. Non si poteva nemmeno dire che andasse sicuro di sé: la consuetudine del gesto assorbiva nella morbida indifferenza del passo ogni emozione, persino l’impercettibile tensione che la fermezza insinua nei muscoli dell’uomo che non teme il confronto con l’impresa difficile. Cesare andava senza contemplarsi; con assoluta semplicità voltò a sinistra,in un carruggetto che sfocia sulla spiaggia di Levante, camminò sulla sabbia crocchiante, si diresse al gozzetto, lo varò appoggiando la schiena risoluta alla poppa.

Cesare non si era mai abituato alla bellezza di questo posto, alla musica misteriosa delle curve e delle rette, dei vuoti e dei pieni; ogni volta che entrava alla baia qualcosa come una consolazione profonda lo invadeva.
Sottile e armoniosa la curva della spiaggia quasi chiude a cerchio su se stessa una corona di sabbia dorata su cui s’arenano candide barche e case dagl’intonaci arsi dal libeccio, gonfi e scoppiati come la crosta d’una Pasqualina.
A ogni ora del giorno e della notte – Cesare sempre vi aveva assistito con rinnovato stupore, e mai aveva visto due volte la stessa luce o ripetersi una combinazione di colori – il sole o la luna scolpiscono cupi e allegri riflessi nei fondali: ove con pigra lascivia si rivoltolano tenebrosi cespi di lattuga di mare e d’alghe, ove s’incrociano le sciabolate argentee dei muggini e delle acciughe, ove con onesto orgoglio si specchiano i muri rigonfi, sbrecciati, delle abitazioni colore di rosa e mattone, di grano e di mosto, con le persiane color foglia e bottiglia; e ai due estremi della falce, due sacri edifici si fronteggiano, dipinti entrambi a strisce orizzontali nere e bianche, e stanno: uno, il vecchio convento abbandonato dell’Annunziata, vasto e massiccio, a pelo d’acqua, pensoso come un leone accosciato; l’altro, la chiesetta dei frati, a mezza costa, involontariamente graziosa tra i cipressi e gli ulivi, vigile come una civetta su un ramo; e i loro sguardi assorti s’incontrano senza riconoscersi che vagamente.
Lì, nei crepuscoli di bonaccia, il mare sembra illanguidirsi e svanire in un’immateriale opacità, trasformandosi nel mistico specchio dell’anima incerta del creato; lì tra l’ombra morbida delle case, alzate come una quinta inconsapevole, dolce e struggente s’insinua e si perde l’ultimo livido bagliore del giorno, irresistibilmente allusivo.
Lì, nell’aurora delicata, Cesare immerse il remo con un fruscio lieve.
Petali di rosa canina vagavano nell’aria in un brivido, presagio d’una tragedia inevitabile.

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